Mario de' Fiori e le specchiere di Palazzo Colonna a Roma

28.04.2020

Per comprendere l'importanza e il ruolo di questa commissione del 1650-1670 di pittura di genere all'interno di un palazzo principesco come quello dei Colonna, bisogna fare un salto indietro di poco meno di un secolo. Il nuovo interesse per l'indagine scientifica sulla natura, sviluppatosi in Italia alla fine del XVI secolo si identifica come l'espressione della nuova sensibilità scientifica maturata a seguito della Riforma Cattolica e nel collezionismo botanico coltivato soprattutto a Roma da prelati e magnati nei loro spettacolari giardini e rigogliosissimi orti. Il genere della natura morta prevalente nella pittura fiamminga, poiché la Riforma aveva vietato la rappresentazione di santi e madonne, fu presto apprezzata in Italia. Non stupisce infatti trovare nelle collezioni dei due protettori dell'Accademia di San Luca, i cardinali Federico Borromeo e Francesco Maria del Monte, alcune lastre di legno o di rame con essenze naturali dipinte dal vivo da Jan Breughel il vecchio, pittore fiammingo, autore prolifico di nature morte nell'età matura (tanto da meritare il soprannome di Brueghel dei velluti, dei fiori e del paradiso), che soggiornò tra il 1592 e il 1596 in Italia, in particolare a Milano dove strinse rapporti con il cardinale Federico Borromeo. Dalla seconda metà del Cinquecento anche alcuni artisti italiani si dedicarono alla pittura di genere come testimonia l'importantissima committenza del futuro imperatore Massimiliano II d'Asburgo tra il 1562-62, al pittore manierista milanese Giuseppe Arcimboldo delle Quattro stagioni e dei Quattro elementi, nei quali l'attenzione al dato naturale è strabiliante. È in particolare la stagione romana di fine secolo nella quale la pittura di genere trova il suo massimo successo nel mercato con la figura di Michelangelo Merisi, il Caravaggio. Si ipotizza che già dopo il 1593 alcuni suoi dipinti fossero venduti nella bottega di Costantino Spada in piazza di San Luigi dei Francesi. Il fortunatissimo incontro con il pittore Giuseppe Cesari, ovvero il Cavalier d'Arpino e la protezione del cardinale Francesco Maria del Monte dopo il 1597. Così mentre gli scienziati studiavano le piante e gli animali al microscopio, gli artisti si specializzavano nella raffigurazione attenta della natura, infatti molte essenze floreali dipinte da Brughel e da Caravaggio erano già state raffigurate nei ricchi apparati iconografici dei trattati medici del Cinquecento legati alla farmacopea, come il Florum del 1578 del medico Dodoneo, i Commentari a Dioscoride pubblicati a già a partire dal 1544, l'Erbario Novo del medico Castore Durante archiatra di papa Sisto V stampato a Roma nel 1585 o il De plantis libri XVI del 1583 dell'aretino Andrea Cesalpino chiamato a Roma nel 1592 da papa Clemente VIII Aldobrandini in qualità di archiatra pontificio e professore di medicina alla Sapienza. Sono soprattutto i florilegi degli anni '90 del XVI secolo che i florilegi, preziosi libri a stampa di sole immagini di fiori, a testimoniare le spettacolari fioriture dei nuovi orti botanici e dei giardini aristocratici di tutta Europa, come il Florilegium dell'artista anseatico Adiraen Collaert dedicato a Don Giovanni de' Medici. Dopo di lui anche altri grandi artisti come Michael Sweerts si dedicarono alle incisioni di splendidi florilegi. Questo genere librario ebbe un notevole successo tanto da imporre nell'alta cultura barocca l'amore per la natura morta. Nell'ultimo decennio del Cinquecento tra Firenze e Roma l'arte dell'illustrazione scientifica trovava in Jacopo Lingozzi, pittore e abile miniatore veronese, il suo prevalente interprete. L'arte di Lingozzi che ritraeva dal vero soggetti naturali con l'uso di lenti di ingrandimento, era ben conosciuta dallo stesso cardinal Del Monte che gli commissionò personalmente alcune tavole scientifiche, molte delle quali furono riprodotte dagli artisti dell'Accademia dei Lincei, pittori nordici e italiani al servizio del principe Federico Cesi nei primi anni Venti del '600 per illustrare la sua Syntaxis Plantaria, porzione botanica del più ampio Theatrum totius naturae. Attorno all'entourage del principe Cesi vanno annoverati Galileo Galilei e il medico botanico Johann Faber, nonché l'aristocratico cavalier Cassiano dal Pozzo protetto del cardinal Del Monte, esperto iconografo e naturalista. Un'altra importante testimonianza importante dei florilegi, che apre la trattazione di uno dei due artisti impegnati nella realizzazione delle specchiere per i Colonna, è l'opera De Florum Cultura et Usu un trattato botanico e nel contempo una raccolta di raffinate storie mitologiche ispirate alle Matamorfosi di Ovidio, scritta dal padre gesuita Giovan Battista Ferrari e commissionata da Francesco Barberini sul progetto del cavalier Cassiano dal Pozzo e pubblicata nel 1633. Il libro contiene i disegni di Pietro da Cortona, Andrea Sacchi e Guido Reni per la parte narrativa, le illustrazioni tecniche ad acquaforte di Friederich Greuter, Claude Mallen e Camillo Cungi, le composizioni floreali firmate da Filippo Gagliardi e Anna Maria Vaiana (che realizzò i disegni più belli) e in ultimo le tavole botaniche che furono realizzate dall'incisore e disegnatore lorenese Nicolas Guillaume de la Fleur, dal pittore Vincenzo Leonardi e da Mario Nuzzi anche noto come Mario de' Fiori.

Mario Nuzzi nacque a Roma il 19 gennaio 1603 e vi morì il 14 novembre 1673. Secondo figlio di Sisto Nuzzi scriptor di Todi e di Faustina Salini sorella del pittore Tommaso Salini. L'amore di Mario per i fiori si manifesta molto presto, appena quindicenne, a seguito del trasferimento della famiglia in Penna in Teverina nell'Alta Sabina nel 1618, dove il padre iniziò a dedicarsi alla floricultura. Lione Pascoli, biografo dell'artista de' Fiori scriveva così ne Le vite: "(Sisto) aveva […] in una loggia di casa molti vasi di fiori, di cui assai si dilettava, e non poco tempo nella loro coltivazione per rinnovarli ogni anno impiegava, (Mario) vi prese a poco a poco egli pure qualche amore, ed a gara poi cercavano de' più rari. […] Ne ebbero finalmente certi così vaghi, che sparsane pel vicinato la voce corse per tutta la contrada, e pochi vi rimasero, che non andassero a vederli. Disse allora il figlio al padre, che voleva prima che andassero a male disegnarli, disegnati che gli ebbe, conforme aveva già principato a far qualche quadretto, che gli pareva di maneggiar competentemente bene i colori, li colorì tali quali egli erano in una tela al naturale." Queste prime opere pittoriche gli valsero l'ingresso nella bottega dello zio, Tommaso Salini a San Lorenzo in Lucina a Roma già nel 1620, dove si trasferì in casa sua. Salini era un pittore di stampo caravaggesco riconosciuto per la sua maestria nel dipingere fiori. Giovanni Baglione racconta così la maestria dell'amico Salini "fu il primo, che dipingesse, accomodasse i fiori con le foglie ne' vasi". Il giovane Mario Nuzzi tra il 1620 e il 1625 (anno della morte del Salini) praticò nella bottega dello zio un intenso assistentato data il successo della pittura dei fiori e le innumerevoli committenze alle quali la bottega doveva far fronte, tanto che spesso il Nuzzi terminò di sua mano i dipinti incompiuti. Dopo la scomparsa di Tommaso Salini la fortuna di Mario Nuzzi accrebbe incondizionatamente. Nel 1628 fu censito in Santa Maria del Popolo in qualità di pittore romano residente in vicolo della Penna e sposato con Ortensia de Curtis. A seguto dell'incontro, negli anni Trenta, con il cavalier Cassiano dal Pozzo per la cui committenza barberiniana inizia a lavorare al De Florum Cultura et Usu, venneIntrodotto nella cerchia dei regnanti Barberini dove conobbe e si avvicinò alla raffinatissima arte del fiammingo Daniel Seghers che tra il 1625 e il 1627 soggiornava a Roma, specializzato in soggetti floreali e soprattutto ghirlande. Nel 1634 fu iscritto nelle liste dell'Accademia di San Luca, il 7 gennaio 1646 entrò a far parte dei Virtuosi al Pantheon su proposta del pittore fiammingo Jan van den Hoecke, protetto di Cassiano dal Pozzo, soltanto nel 1657 fu accolto tra gli accademici dell'Accademia di San Luca e gli fu concessa la licenza di vendere i suoi quadri. Tra la fine degli anni '30 e la fine degli anni '50 la pittura di Mario Nuzzi è apprezzata dai maggiori collezionisti dell'epoca. Si ricordano i diversi ritratti che dipinse per i Barberini (sebbene l'intensa attività ritrattistica del Nuzzi sia poco nota), due tele di genere per Don Mario Theodoli del '42, due ritratti per Giulio Rospigliosi futuro Clemente IX tra il '37 e il '43 e altre sette tele di piccole dimensioni con nature morte che Rospigliosi inviò al fratello Camillo a Pistoia nella villa di Lamporecchio. Le opere che sancirono la sua fama In Italie e in Europa furono: la commissione del '46 per il marchese Alfonso Theodoli le cui opere furono portate in dono alla regina Anna d'Austria in un viaggio a Parigi del marchese e della consorte; la commissione del '44 per il cardinale Giovanni Carlo de' Medici che ne diffuse il gusto in Toscana, soprattutto la commissione antecedente al 1650 per il Palazzo del Buen Retiro di Filippo IV di cinque sopraporte e due ghirlande per il monastero di San Lorenzo all'Escorial. Il nome di Mario de' Fiori si legge per la prima volta nell'atto del suo secondo matrimonio ( era rimasto vedovo nel '47) con Susanna Passeri, si legge: "Marius, pictor romanus, vulgo Mario de' fiori".

La prima committenza da impresario gli fu affidata dal cardinale Flavio Chigi tra il 1658 e il 1659, già collezionista di Nuzzi, possedeva infatti 24 sue opere, che lo incaricò di dipingere su specchio le Quattro Stagioni in collaborazione con alcuni grandi pittori di storia: Filippo Lauri per La Primavera, Giacinto Brandi nell'Autunno, Bernanrdino Mei per l'Inverno e Carlo Maratta con l'Estate. In questa occasione il naturamortista sperimentò un nuovo stile, lontano dal repertorio botanico dalla resa scientifica, raggiungendo il più alto livello qualitativo nelle raffinate composizioni floreali. È probabile che Nuzzi e Maratta iniziarono a collaborare prima che nel Palazzo Chigi ad Ariccia, direttamente nel Palazzo Colonna, forse a partire dal 1654 allo Specchio con vaso di fiori e tre putti subito dopo l'inizio dei lavori della Galleria Colonna, sebbene il documento di pagamento dell'opera risalga solo al 1660.. La collaborazione tra i due pittori continuò nell'esecuzione dello specchio con Ghirlanda di fiori con cinque putti. Per quanto riguarda la tecnica Ludovica Trezzani nel saggio dedicato alla pittura morta post-caravaggesca sottolinea il costo differente tra una pittura su tela e una su specchio, più cara "ma meno costosa, tuttavia, del suo stesso supporto". La moda dello specchio dipinto si era diffusa a Roma a partire dagli anni Trenta e il primo artista a sperimentare tale tecnica fu proprio Mario de' Fiori.Lo specchio ben si presta alla pittura floreale, in un'illusione che rappresenta ciò che vi è dipinto e l'intero universo che si affaccia allo specchio. I fiori su specchio, pienamente di stampo barocco, godono di un riflesso vibrante e vitale lontano dalla staticità propria di una natura fissata su tela. Dal confronto di alcune opere illustrate nel catalogo curato da Francesco Solinas "Flora Romana" si possono rintracciare nei due specchi di Mario de' Fiori alcuni tipi di fiori. In Specchio con vaso di fiori e tre putti all'interno del vaso all'antica istoriato con una scena che ricorda un compianto sul Cristo morto analizzando il braccio disteso della figura al centro; un tripudio di bellezze floreali tra le quali si riconoscono con certezza: tulipani, garofani, narcisi a tazzetta, gelsomini. Le pennellate ad olio restituiscono sfumature vibranti dal ricco timbro cromatico risaltato dal supporto. I putti di Carlo Maratta dagli echi raffaelleschi, movimentano ulteriormente la scena, in particolare i due a destra nell'atto di arricchire e abbellire la composizione floreale che prende vita davanti agli occhi dello spettatore includendolo, per il medium utilizzato, all'interno della scena stessa. Nel secondo specchio con Ghirlanda di fiori con cinque putti l'esaltazione dell'elemento floreale viene accentuata dalla sinfonia visiva di tulipani, rose, delfinium, iris, aquilegie, narcisi a tazzetta, anemoni doppi, campanule azzurre, ornitogalli e molte altre specie ancora raffigurate nel motivo della ghirlanda della poetica di Seghers. In questa scena i putti cercano di sorreggere la pesante composizione di fiori, in special modo il puttino nascosto dietro la ghirlanda che sbuca da sotto è una esalta lo sforzo fisico al quale i cinque amorini sono sottoposti per permettere a chi guarda di potersi specchiare all'interno della meravigliosa ghirlanda. L'utilizzo della tecnica caravaggesca sull'uso della luce che dona evidenza plastica ai volumi è un dato costante nella produzione artistica di Mario de' Fiori che con questo espediente esprime concretezza sensuale dei fiori privi tuttavia di aspetti simbolici ma pieni di un'intensa bellezza naturale creata con il solo intento di piacere. Queste opere la ricchezza della famiglia, negli anni in cui era principe della casata Lorenzo Onofrio I Colonna, come si può evincere dal costo per degli specchi così grandi (248X166) di ambito veneziano e dalle rarità di fiori, del resto che in quegli anni di gara efferata tra i collezionisti dell'alta aristocrazia, un solo bulbo di tulipano arrivava a costare quanto un grosso diamante. Probabilmente il Nuzzi aveva ritratto i fiori del giardino dei Colonna, allestendoli in composizioni alla maniera del Salini, sappiamo infatti che il pittore aborriva i cartoni e prediligeva la pittura dal vero. Giovanni Felice Baldini il "contafiori, profumiere e guantaio" nella primavera del 1666 contava all'interno del giardino Colonna 247000 gelsomini e nell'ottobre del 1668 circa 50000 giunchiglie. In secondo pagamento per la realizzazione dei rimanenti due specchi è documentato nel 1670 recante il nome della famiglia Stanchi. Non si conosce il motivo della sostituzione del primo con i secondi, non si sa se fu indotta da una scelta dei committenti piuttosto che da una rinuncia personale. Poco si conosce di questa prolifica famiglia romana di naturamortisti, dei tre fratelli pittori Giovanni, Niccolò e Angelo. Del più grande, Giovanni Stanchi detto anche egli Dei Fiori, si conosce l'approssimativa data di nascita1608 e di morte 1675, anche per il fratello mezzano Niccolò, nato a Roma intorno al 1623/26 e morto nel 1690 scarsissime sono le notizie a riguardo. Lo storico dell'arte Alberto Cottino ha ipotizzato che il più maturo Stanchi si fosse formato nella bottega di Agostino Verrocchio ma non ci sono al momento documenti che lo attestino. Tuttavia con il passaggio della committenza Colonna alla famiglia Stanchi, più precisamente a Giovanni Stanchi, l'impianto iconografico rappresentato da Nuzzi non viene scardinato, si tratta sempre di due specchi delle stesse grandi dimensioni nei due motivi del vaso con i fiori e della ghirlanda, animati dai putti del pennello di Carlo Maratta. Mentre la natura di Mario de' Fiori risentiva di un pittoricismo che disegna profili frastagliati nei petali, nelle foglie e nei contorni, rinunciando alla resa calligrafica di ogni singolo soggetto dipinto, quasi si volesse evocare e non descriverlo; Giovanni Stanchi mantiene il controllo descrittivo di ogni fiore e pur ne ricerca l'essena con virtuosismi cromatici di ombre scandagliate che evidenziano una luce radente. Nello Specchio dipinto con ghirlanda di fiori e quattro puttini il dialogo con la ghirlanda del Nuzzi è più evidente. Tulipani, anemoni, narcisi a tazzetta, rose, gelsomini, peonie, delfinium, lilium, garofani e molti altri fiori sembrano venire fuori da un florilegio, per la resa naturalistica minuziosa e attenta al dato naturale, con colori pieni e ben definiti. Meno evidente è invece la continuità con lo Specchio dipinto con vaso di fiori e cinque puttini nel quale fa irruzione l'elemento architettonico delle due colonne in stile classico adornate da piante e fiori rampicanti che sorreggono una faretra con le frecce posata da uno dei cinque amorini. Sotto le fronde vegetali del vaso sembrerebbe trovarsi di fronte alle mitiche figure delle sirene. Per la prima volta nella serie delle quattro specchiere compare anche un uccellino che il puttino sulla destra fa volare tenendolo legato ad un filo. In questa composizione più che nelle altre, colpisce la scenetta teatrale messa in atto dalle figure, soprattutto nel puttino in primo piano, accanto al secondo vaso di fiori sul parapetto architettonico, che rivolge lo sguardo verso lo spettatore, indicandogli di fare silenzio per non svegliare l'amorino che dorme dolcemente accanto a lui. Di nuovo l'elemento floreale viene descritto nella totale precisione botanica: tulipani, anemoni, rose, campanule azzurre, gelsomini, ortensie, gigli, garofani e molti altri ancora che adornano lo specchio lasciando soltanto una porzione sulla destra per il riflesso di chi vi si specchia. In entrambe le composizioni di Giovanni Stanchi, i fiori sono immersi in una luce avvolgente che ne modella le forme evidenziandole in modo pacato. Rispetto alla natura morta fiamminga, queste opere sono più vicine alla natura morta francese in particolare alle forme floreali di Jacques Linard e alle decise campiture di colore di Jean-Michel Picart della corte di Luigi XIV. Quando furono completate negli anni '70 le quattro specchiere, l'edificazione della Galleria era ancora in pieno svolgimento e pertanto la loro prima collocazione fu nell' appartamento privato del principe Lorenzo Onofrio, come viene descritto nell'inventario del 1689, nell'alcova annessa alla Galleria delle Carte Cosmografiche. Il loro spostamento nella Sala Grande della Galleria risale al 1740.

La fortuna degli specchi decorati con motivi floreali fu tale che anche i Borghese commissionarono tra il 1675-76 otto specchi per l'imponente sala Borghese, sei dei quali, secondo i documenti relativi ai pagamenti, sono di mano di Niccolò Stanchi. Altra testimonianza importante si trova a Firenze nel Palazzo Medici Riccardi, nella sala la cui volta fu affrescata da Luca Giordano tra 1682 e il 1685, anche nota come sala degli specchi, opere di Bartolomeo Bimbi che si rifece ampiamente agli specchi dei fioranti Stanchi e che secondo la tradizione fu allievo di Filippo Lippi e Onorio Marinari e dopo un viaggio a Roma con il cardinale Leopoldo de' Medici (in occasione del conclave che avrebbe eletto Clemente X nel 1670) il Baldinucci racconta del suo incontro con Mario de' Fiori "non avendo Bartolomeo portato con sé pennelli e tavolozza, fecegli prestare il tutto da Mario de' Fiori allora vivente, il quale più volte vedde operare e fece stretta amicizia con lui".

Francesca Bisogni

Bibliografia:

Patrizia Cavazzini, Fiori frutta e animali nel mercato artistico romano del primo Seicento.

Francesco Solinas, Flora Romana.

Gianluca e Ulisse Bocchi, Pittori di natura morta a Roma 1630-1670.

Catalogo Palazzo Colonna.


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